Parrocchia San Pietro apostolo in San Pietro all'Olmo
Parrocchia Santi Giacomo e Filippo in Cornaredo
Trasfigurazione del Signore

Trasfigurazione
del Signore
festa: 6 agosto



"Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò davanti a loro: il suo volto risplendette come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce".
L'episodio della vita di Gesù noto come "Trasfigurazione" ci viene riportato dai tre Vangeli sinottici, quelli di Marco, Matteo e Luca (sopra, in corsivo, un brano del Vangelo secondo Matteo, 17,1-8).
Giacomo è "il Maggiore" cioè non quello cui è intitolata la chiesa di Cornaredo e Giovanni è l'Evangelista, che pur essendo partecipe dell'episodio ne lascia il racconto agli altri tre evangelisti.
In questo contesto appaiono Mosè ed Elia che conversano con Gesù; si aggiunge poi una voce che da una nube afferma che Gesù è Figlio Divino. Lo splendore di Gesù richiama la sua trascendenza, la presenza di Mosè ed Elia simboleggia la Legge e i Profeti che hanno annunciato sia la venuta del Messia sia la sua Passione e glorificazione.

Raffaello: Trasfigurazione di Gesù, Musei Vaticani (vedi nota in calce)
Nessuno dei tre Evangelisti ci dà particolari indicazioni circa l'ubicazione del monte, ma da tanto tempo si ritiene di averlo identificato nel Monte Tabor (in arabo Gebel et-Tur, "la montagna"), un "panettone" che domina la piana sottostante nel cuore della Galilea, non molto lontano da Nazareth. Il posto, isolato e immerso nel silenzio, era particolarmente adatto alle meditazioni.
Nell'episodio c'è una netta contrapposizione all'agonia dell'orto del Getsemani. È evidente l'intenzione di Gesù di offrire ai tre apostoli un antidoto che fortifichi in loro la certezza della sua divinità durante la terribile prova della Passione.

Giambellino (Giovanni Bellini) Trasfigurazione, Museo Correr di Venezia
La Trasfigurazione è stata celebrata in alcuni luoghi già dal V e VI secolo, sia pure in modi e tempi diversi. Si vuol dire che taluni intendessero legarla alla Dedicazione delle Basiliche del monte Tabor, e dalle nostre parti la celebrazione è arrivata relativamente tardi, attorno all'anno Mille. Di certo c'è che è stato papa Callisto III ad inserirla - 564 anni fa - nel calendario liturgico romano alla data del 6 agosto, come ringraziamento per la vittoria di Belgrado sui Turchi nel 1456.

Nella tradizione bizantina la Trasfigurazione del Signore è una delle grandi feste del calendario liturgico. La festa della Trasfigurazione del Signore, celebrata il 6 agosto, nella seconda metà del VII secolo venne commentata da Anastasio il Sinaita, vissuto nel Sinai come monaco.
L’esegeta inizia l’omelia con un elogio del monte Tabor, dove avviene l’episodio evangelico: «Quanto è terribile questo luogo! Mi viene da gridare come Giacobbe, nel giorno della festa di questo monte. Come lui, vedo anche io una scala che sale dalla terra al cielo, poggiata sulla cima di questo monte. Anche io dico: Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo».
La grandezza del monte come luogo santo e nuovo Sinai è nella testimonianza del Padre e nella manifestazione del Figlio, sole di giustizia. (...) Anastasio associa alla gioia del monte Tabor quella di tutta la creazione: le altre montagne esultano, le colline si riempiono di fiori e foreste, i ruscelli fanno risuonare la loro voce di lode nell’acqua e gli uccelli i loro cinguettii.
E aggiunge una frase che offre la chiave ecclesiologica: «Questa montagna è il luogo dei misteri, il posto delle realtà ineffabili, la roccia dei segreti nascosti e la sommità dei cieli».
Le preghiere si snodano in un continuo parallelo tra le teofanie veterotestamentarie e la trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor da una parte, e l’apparizione gloriosa di Mosè ed Elia e la presenza meravigliata e atterrita degli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni.
Questa doppia presenza viene messa in luce in modo speciale nel canone del mattutino della festa, un testo attribuito a san Giovanni Damasceno.
Prendendo spunto dei cantici dell’Antico Testamento che si trovano alla base di tutto il canone dell’ufficiatura bizantina, l’innografo mette in luce in primo luogo come la Trasfigurazione di Cristo viene prefigurata nelle teofanie veterotestamentarie: «Mosè, sul mare, vedendo un tempo profeticamente nella nube e nella colonna di fuoco la gloria del Signore, esclamava: Cantiamo al nostro redentore e Dio. Protetto dal corpo deificato come un tempo dalla roccia, il veggente Mosè, contemplando l’invisibile, esclamava: Cantiamo al nostro redentore e Dio. Sia sul monte della legge che sul Tabor ti sei mostrato a Mosè: ma un tempo, nella caligine, ora invece, nella luce inaccessibile della divinità».
Manuel Nin
(Manuel Nin: vescovo spagnolo collaboratore di papa Francesco, membro di talune commissioni in Vaticano)



Sul Monte Tabor sorge una Basilica inaugurata nel 1924 ma che i Francescani avevano iniziato ad "immaginare" sin dalla metà del 1800 studiando le rovine del passato.
   
La chiesa della Trasfigurazione sul Monte Tabor, e particolare del suo interno.
La storia della presenza cristiana sul monte è infatti piuttosto tribolata: pare che già cinque secoli dopo Cristo vi fossero tre chiese realizzate dai Bizantini, presso le quali dimorò un buon numero di monaci (taluno accenna addirittura all'esistenza di un Vescovado).
I Benedettini edificarono poi una loro Abbazia con altre costruzioni ed anche una cinta fortificata difensiva che tuttavia non impedì al Sultano Al-Malik di distruggere tutto (nel 1211-1212) e di costruire in quel luogo una sua fortezza.
Un successivo Santuario cristiano fu anch'esso distrutto (dal Sultano Baibars, nel 1263), ciò che ridusse il monte all'abbandono per diversi secoli.
L'arrivo dei Francescani sul luogo viene datato nel 1631; questi solo dopo un paio di secoli, come accennato in premessa, cominciarono a progettare la basilica che c'è ora laggiù, ultimata nel 1924 su disegno dell'architetto romano Antonio Berluzzi, realizzatore di molte chiese (e un paio di ospedali) in Terra Santa.



Corre l'obbligo di accennare al "perché il 6 agosto". Ai nostri occhi infatti sembra assurdo che un episodio della vita di Gesù sia in qualche modo messo in relazione con un evento bellico e per di più di oltre 1400 anni dopo. Per capire bisogna cercare di calarsi nella realtà del tempo di papa Callisto III che ha fissato la festa al 6 agosto.
Era accaduto che dopo la conquista di Costantinopoli e la caduta dell'Impero Romano d'Oriente il Sultano Mehmed II (Maometto II) salisse verso nord alla conquista dell'Ungheria; per poterlo fare doveva innanzi tutto levare di mezzo la fortezza di Belgrado (in magiaro: Nándorfehévár) posta sul confine (di allora), che quindi fu stretta d'assedio dal suo esercito (1456).
Ovvio che in molti temessero che i Turchi (mussulmani) risalendo la valle del Danubio dilagassero poi in Europa; più di tutti era preoccupato il Papa che paventava addirittura la fine della Cristianità. Principale obiettivo del suo breve pontificato fu infatti proprio quello di indire una sorta di crociata per arrestare l'avanzata turca.
Il "suo uomo" sul terreno fu Giovanni da Capestrano (poi Santo), un frate francescano che con un gruppetto di confratelli riuscì a mettere insieme una specie (bisogna dire così) di esercito formato essenzialmente di contadini di quelle zone; e per quanto raccogliticcia quella "truppa" fu importante.
Dovere di cronaca impone di ricordare che le forze cristiane erano guidate dal nobile ungherese János Hunyadi che, abbandonato dai suoi pari, aveva impegnato anche i propri capitali nella difficile impresa di respingere le forze del Sultano; l'aiuto ricevuto da Giovanni da Capestrano, che era anche suo consigliere, ebbe una buona importanza.
Dicono le cronache che Giovanni - poi proclamato patrono dei Cappellani Militari - abbia addirittura guidato sul campo il suo "esercito" spronandolo con parole di San Paolo.
Durante l'assedio il Papa aveva ordinato la "campana di mezzogiorno" perché il suo suono chiamasse i Credenti a pregare per la vittoria; in molti luoghi le istruzioni del Papa arrivarono a campagna ormai conclusa e allora "la campana di mezzogiorno" fu confermata in segno di festa (uso che è rimasto nel tempo). A Roma la notizia della vittoria arrivò il 6 agosto, dunque Callisto pensò bene di ricordare lo scampato pericolo con una Festa grande in quel giorno. Ed ecco il perché dello strano legame cui si cennava dianzi.
Callisto III va ricordato anche come colui che ordinò un nuovo processo per Giovanna d'Arco, nel quale venne a titolo postumo scagionata dalle accuse di eresia che l'avevano portata al rogo nel 1431.
Ai tempi delle beghe con l'imperatore Federico Barbarossa c'era già stato un antipapa che aveva assunto lo stesso nome Callisto III per quasi dieci anni per poi sottomettersi al papa legittimo Alessandro III.
Storici moderni vogliono dire che i timori del Papa erano infondati perché, secondo loro, le intenzioni dei Turchi si limitavano a fare di Belgrado una loro roccaforte a difesa dei loro confini, senza ulteriori mire espansionistiche. Sarà. Ma forse Callisto non ci aveva visto del tutto male se è vero che i Turchi tornarono poi alla carica non solo per prendersi Belgrado (nel 1521, Sultano Solimano il Magnifico) ma anche per prendersi il regno d'Ungheria e chissà che altro ancora, se non fossero stati fermati dalla Lega Santa, una variegata armata cristiana tenuta insieme anche grazie alla diplomazia di papa Innocenzo XI (assedio di Vienna, posto nel 1683 dal Gran Visir Kara Mustafa). Senza contare che lo stesso Mehmet II ci provò con lo sbarco presso Otranto che iniziò con la distruzione di quella città (nel 1480 - vedi anche "i Santi di Otranto" ).
I Turchi utilizzavano molto le barche per spostare i loro armati lungo il Danubio sicché.... non è idea peregrina pensare che pensassero di risalirlo fino all'attuale Germania.

NOTA
Il quadro centrale di questa pagina è la riproduzione di una pala d'altare di Raffaello Sanzio commissionatagli da Giulio de' Medici (poi papa Clemente VII) che lo voleva per la cattedrale di Narbonne (Francia meridionale) sua sede vescovile. Ma il quadro restò a Roma, donato dal Medici alla chiesa di San Pietro in Montorio ove fu posto sull'altar maggiore; fu portato in Francia nel periodo napoleonico, come tante opere divenute preda dell'Imperatore francese, ma rientrò nel 1815 (seguito del Congresso di Vienna) per trovare collocazione nei Musei Vaticani.
La grande pala (2,78 x 4,05 metri, realizzata fra il 1518 e il 1520) raffigura in realtà due eventi narrati in successione dal Vangelo di Matteo: nella parte superiore la Trasfigurazione di Gesù dove Gesù perde la materialità e si trasforma in Divinità alla presenza di Mosè, Elia e dei tre Apostoli, in cima al monte Tabor. Nella parte sottostante, in primo piano, l'incontro degli Apostoli con il fanciullo ossesso che verrà miracolosamente guarito dal Cristo al suo ritorno dal monte.
Il quadro fu completato da Raffaello il giorno prima della sua morte e fu utilizzato subito per il funerale dell'artista; è considerato una delle sue opere migliori. [torna su]
LE IMMAGINI ACCANTO AL TITOLO
A sinistra del titolo un particolare del dipinto di Raffaello di cui sopra. A destra la Trasfigurazione in un affresco del Beato Angelico conservato al Museo Nazionale San Marco di Firenze. Alle figure dei tre Apostoli e ai volti di Mosè e Elia, il pittore aggiunse le figure della Madonna e di San Domenico ai lati dell'affresco, benché nessuno dei due sia presente nei racconti evangelici (San Domenico manco era nato...)
VICINO A NOI c'è un grande mosaico che il Gesuita sloveno Marko Ivan Rupnik ha realizzato pochi anni fa nel presbiterio della chiesa dei Santi Giovanni e Giacomo a Milano (via Giuseppe Meda) che riportiamo qui sotto (privo però delle due piccole "ali" che raffigurano la Madonna e l'Angelo).


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luglio 2009  (pag. 3129) - invio alla redazione di segnalazioni su questa pagina -
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gr. 3747