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Parrocchia Santi Giacomo e Filippo in Cornaredo
Santi 800 Martiri di Otranto

 
Santi Martiri di Otranto
(Antonio Primaldo e compagni)
(memoria: 14 agosto)

 

Anno 1480. Più precisamente era il 28 luglio di 539 anni fa, quando una flotta turca di circa 150 navi partite da Valona (nell'odierna Albania, all'epoca sotto l'Impero Ottomano) scaricò un esercito stimato in 18000 uomini sulla costa pugliese presso i laghi Alimini, a pochi chilometri da Otranto; il luogo ora si chiama Baia dei Turchi. Quell'esercito era comandato da Gedik Ahmet Pascià per conto del sultano turco Mehmed II (Maometto II, soprannominato Fātih, cioè "Il Conquistatore").
Il sultano era lo stesso che occupando Costantinopoli (29 maggio 1453, lui aveva 21 anni) aveva provocato la fine dell'Impero Bizantino e "guardava" verso Occidente. Checché ne dicano alcuni storici moderni, sembra plausibile l'ipotesi che Maometto II intendesse dilagare verso nord fino a ricongiungersi con gli altri musulmani ancora padroni di una parte della Spagna (Regno di Granada, esistito fino al 1492).
Papa Sisto IV era preoccupato come già era accaduto a Callisto III che all'epoca dell'assedio di Belgrado (anno 1431, appena 49 anni prima di questi nuovi eventi) aveva tentato di promuovere una specie di lega santa contro i Turchi. Il tentativo di Sisto IV fu ancor più inutile del precedente perché i diversi Stati erano presi da altri interessi.
Callisto III è il Pontefice che fissò al 6 agosto la celebrazione della Trasfigurazione del Signore proprio in concomitanza di una vittoria militare sui Turchi di Mehmed II che stavano risalendo il Danubio. [vedi ]
Da Sisto IV (al secolo Francesco Della Rovere) ha preso il nome la Cappella Sistina.
Primo obiettivo dei Turchi fu Otranto, città sotto dominio degli Aragonesi di Napoli, con una popolazione stimabile in circa dodicimila abitanti, discretamente fortificata ma ugualmente scarsamente difesa anche perché molti dei soldati del presidio se la batterono subito alla chetichella di fronte a così numerosi invasori, dei quali era nota la ferocia. La guarnigione non superava comunque i 400 uomini, sprovvisti di cannoni.
Solo per pignoleria accenniamo al fatto che il primo obiettivo degli invasori serebbe dovuto essere Brindisi e di qui il Regno di Napoli, programma stravolto da una certa forte tramontana che aveva condizionato la navigazione spingendo le navi più a sud del previsto.
I Turchi intimarono la resa agli Idruntini ma si racconta che i capitani, tali Francesco Zurlo e Antonio de’ Falconi, in segno di rifiuto e di disprezzo gettarono simbolicamente in mare le chiavi della città. Si contava sui soccorsi del Re di Napoli, Ferrante (o Ferdinando) d'Aragona, al quale erano stati inviati messaggeri. Gli Idruntini abbandonarono il borgo e si ritirarono entro le mura della cittadella.
Per due settimane (dal 29 luglio all'11 agosto) la cittadella venne bersagliata da terra e dal mare con grosse palle di pietra (ancora visibili) sparate dalle bombarde turche, fino a quando gli assedianti riuscirono ad abbattere una porta secondaria delle mura ed entrare in città; massacrarono tutti quelli che trovarono per le strade e nelle case con incredibili crudeltà, facendo poi irruzione nella cattedrale dove l’Arcivescovo Stefano Agricoli (secondo certe cronache: Stefano Pindinelli) stava celebrando davanti ad una folla di religiosi e di altri superstiti che si erano asserragliati nella chiesa. I Turchi uccisero tutti, salvo alcune donne e alcuni bambini ridotti in schiavitù. La testa del presule venne portata per le strade come trofeo. Era l'11 agosto. Ahmet Pascià ebbe poi a fare della casa di Dio la stalla per i suoi cavalli, secondo il volere del suo sultano (il quale sognava di fare la stessa cosa anche con San Pietro a Roma).
 
A sinistra: alcune delle molte palle, ora utilizzate come elementi di arredo urbano
a destra: una bombarda (molto più recente e più piccola di quelle "di Otranto")
Alla strage iniziale erano sopravissuti 813 uomini che il giorno 14 furono condotti sul vicino Colle della Minerva dove fu loro imposto di abiurare la fede cristiana per avere salva la vita. Gli ottocento rifiutarono, seguendo l'esempio di un tessitore di nome Antonio Pezzulla che fu il primo ad essere decapitato dopo aver esortato i concittadini a difendere il proprio Credo; le cronache raccontano che il corpo senza testa di Primaldo, così era soprannominato Antonio, si drizzò in piedi e così restò fino al termine della strage ad onta degli sforzi dei Turchi per buttarlo a terra.
È significativo il fatto che a parte il vecchio Primaldo non emergano altre individualità, nessun nome; protagonista fu una folla nel suo complesso.
Uno dei carnefici turchi, Berlabei, profondamente scosso da quanto stava accadendo gettò la scimitarra e si convertì egli stesso al Cristianesimo abiurando pubblicamente la religione islamica e per questo fu dai suoi stessi compagni ucciso con l'orrendo supplizio del palo.
La resistenza di Otranto consentì la formazione di un esercito cristiano formato da Aragonesi e truppe del Papa cui si aggiunsero alcuni rinforzi di altri Stati; la faccenda si risolse con la ritirata dei Turchi (10 settembre dell'anno dopo) anche per l'intervenuta morte del sultano (3 maggio) seguita da lotte intestine per la successione.
I corpi degli ottocento martiri giacquero abbandonati sulla collina dove erano stati uccisi; furono ritrovati ancora incorrotti dopo la cacciata dei Turchi e la maggior parte trovò sepoltura nella cripta della cattedrale mentre circa duecentocinquanta di loro furono portati dal Re a Napoli nella chiesa di Santa Maria Maddalena poi detta "dei Martiri" da dove vennero poi traslati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello. Alcuni si trovano in altri luoghi, anche lontani (taluno dice che ve ne sono anche nel nostro Duomo ma l'informazione non è esatta).

Alcune teche con le reliquie nel Duomo di Otranto.
Nel 1539 l’Arcivescovo Pietro Antonio de Capua istruì il processo per il riconoscimento del martirio degli Ottocento Idruntini mentre la gente ne invocava l’intercessione come patroni soprattutto durante gli altri assedi del 1537 e del 1644, fino a che papa Clemente XIV li proclamò solennemente Beati autorizzandone il culto (14 dicembre 1771). Dal 1711 le ossa dei martiri sono custodite in sette grandi teche nella Cattedrale, mentre in piccoli armadi sono conservati alcuni brandelli di carne rimasti integri dopo cinque­cento­trentanove anni. Sotto l’altare si trova il masso utilizzato quale ceppo per la decapitazione.
Una testimonianza del processo di beatificazione accenna ai due assedi appena citati: "L'una e l'altra volta comparvero sulle mura e per la spiaggia numerose schiere d'armati [i martiri], alla vista de' quali quelli [gli assalitori], sbigottiti, subito s'allontanarono".
Il 12 maggio 2013 gli Ottocento sono stati proclamati Santi da papa Francesco.

Nella Cattedrale è custodita anche una statua dorata della Madonna alla quale viene attribuito un prodigio. Un soldato musulmano, credendola preziosa, la rubò e la portò a Valona (nell'odierna Albania) dove però si accorse che era solo di legno dorato e la gettò via. Fu riconosciuta e raccolta da una donna idruntina tenuta laggiù come schiava che poté anche rimandarla ad Otranto dopo che la sua padrona ebbe partorito felicemente solo dopo le sue preghiere. La tradizione ci racconta che il viaggio di ritorno della statua avvenne su una piccola barca senza nessuno a bordo e abbandonata così al mare, senza neppure una vela; la barca attraversò da sola il mare e raggiunse Otranto dove la statua fu accolta con grandi feste e riportata in Cattedrale.
Sul Colle della Minerva fu costruita una chiesetta per ricordare il martirio degli Ottocento, initolata a Santa Maria dei Martiri, sostituita dalla costruzione attuale, del 1614. Nel 1990 è stata elevata a Santuario.

Il Santuario.
Lungo il vialetto di accesso si trova ancora la cappella che ha custodito per secoli il masso utilizzato quale ceppo, ora collocato in Cattedrale. Di fronte alla cappella si trova una colonna che ricorda il martirio - perché di questo si trattò - del carnefice turco Berlabei.
La cappella che ospitava il masso e la lapide che lo ricorda; la colonna che ricorda il palo del supplizio di Berlabei
Gli Ottocento Martiri Idruntini sono patroni dell’Arcidiocesi e della città, ricordati il 14 agosto. Compatrono della città è san Francesco da Paola che qualche tempo prima dell'eccidio durante un'estasi nell'Eremo di Paternò aveva "visto" la strage; aveva anche scritto al Re di Napoli chiedendone l'intervento ma non era stato ascoltato. Ai suoi confratelli aveva detto: "Otranto città infelice, di quanti cadaveri vedo ricoperte le vie; di quanto sangue cristiano ti vedo inondata". Anche l’abate Verdino da Otranto (morto nel 1279) da Cosenza aveva predetto: "La mia patria Otranto sarà distrutta dal dragone musulmano".
Giovanni Paolo II si recò a Otranto nel 1980, in occasione del quinto centenario e rivolse un particolare discorso celebrativo ai giovani [vedi (sito Vaticano) .]
Papa Benedetto XVI ha ufficialmente riconosciuto il martirio di Antonio Primaldo e dei suoi concittadini uccisi "in odio alla fede" (decreto del 6 luglio 2007) e l'11 febbraio 2013 ha annunciato la canonizzazione di Antonio Primaldo e dei suoi compagni, celebrata il 12 maggio da papa Francesco, come cennato dianzi.
 

In realtà la celebrazione degli Ottocento ad Otranto è una tredicina; si comincia il 31 luglio in Cattedrale con la solenne esposizione dell'Urna dei Martiri e si prosegue con la partecipazione di tutte le zone pastorali della diocesi che animano ogni serata fino al 12 agosto. Il giorno 13 è riservato alle commemorazioni civili che prevedono - fra l'altro - la deposizione di una corona di fiori al monumento di piazza degli Eroi. Segue la veglia diocesana per i giovani sul colle del martirio ed infine, il giorno 14 solenne pontificale in Cattedrale, processione con l'Urna dei Martiri e luminaria. Naturalmente non mancano gli aspetti più secolari quali bancarelle, fuochi artificiali ecc.


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luglio 2016  (pag. 3033) - invio alla redazione di segnalazioni su questa pagina -
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gr. 3749