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la Comunione



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La Comunione Eucaristica - una catechesi del Papa
Nella nostra Comunità Pastorale in queste domeniche i nostri ragazzi si accosteranno per la prima volta alla Comunione Eucaristica. Ecco una catechesi del Papa che ci può aiutare.
La celebrazione della Messa è ordinata alla Comunione, cioè a unirci con Gesù. La comunione sacramentale: non la comunione spirituale, che tu puoi farla a casa tua dicendo: “Gesù, io vorrei riceverti spiritualmente”. No, la comunione sacramentale, con il corpo e il sangue di Cristo. Celebriamo l’Eucaristia per nutrirci di Cristo, che ci dona sé stesso sia nella Parola sia nel Sacramento dell’altare, per conformarci a Lui
Lo dice il Signore stesso: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56).
Infatti, il gesto di Gesù che diede ai discepoli il suo Corpo e Sangue nell’ultima Cena, continua ancora oggi attraverso il ministero del sacerdote e del diacono, ministri ordinari della distribuzione ai fratelli del Pane della vita e del Calice della salvezza.
Nella Messa, dopo aver spezzato il Pane consacrato, cioè il corpo di Gesù, il sacerdote lo mostra ai fedeli, invitandoli a partecipare al convito eucaristico. Conosciamo le parole che risuonano dal santo altare: «Beati gli invitati alla Cena del Signore: ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo». Ispirato a un passo dell’Apocalisse – «beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello» (Ap19,9): dice “nozze” perché Gesù è lo sposo della Chiesa – questo invito ci chiama a sperimentare l’intima unione con Cristo, fonte di gioia e di santità.
È un invito che rallegra e insieme spinge a un esame di coscienza illuminato dalla fede.
Se da una parte, infatti, vediamo la distanza che ci separa dalla santità di Cristo, dall’altra crediamo che il suo Sangue viene «sparso per la remissione dei peccati».
Tutti noi siamo stati perdonati nel battesimo, e tutti noi siamo perdonati o saremo perdonati ogni volta che ci accostiamo al sacramento della penitenza. E non dimenticate: Gesù perdona sempre.
Gesù non si stanca di perdonare. Siamo noi a stancarci di chiedere perdono.
Proprio pensando al valore salvifico di questo Sangue, sant’Ambrogio esclama: «Io che pecco sempre, devo sempre disporre della medicina» (De sacramentis, 4, 28: PL 16, 446A).
In questa fede, anche noi volgiamo lo sguardo all’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo e lo invochiamo: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato».
Questo lo diciamo in ogni Messa. Se siamo noi a muoverci in processione per fare la Comunione, noi andiamo verso l’altare in processione a fare la comunione, in realtà è Cristo che ci viene incontro per assimilarci a sé.
C’è un incontro con Gesù! Nutrirsi dell’Eucaristia significa lasciarsi mutare in quanto riceviamo. Ci aiuta sant’Agostino a comprenderlo, quando racconta della luce ricevuta nel sentirsi dire da Cristo: «Io sono il cibo dei grandi. Cresci, e mi mangerai. E non sarai tu a trasformarmi in te, come il cibo della tua carne; ma tu verrai trasformato in me» (Confessioni VII, 10, 16: PL 32, 742).
Ogni volta che noi facciamo la comunione, assomigliamo di più a Gesù, ci trasformiamo di più in Gesù. Come il pane e il vino sono convertiti nel Corpo e Sangue del Signore, così quanti li ricevono con fede sono trasformati in Eucaristia vivente.
Al sacerdote che, distribuendo l’Eucaristia, ti dice: «Il Corpo di Cristo», tu rispondi: «Amen», ossia riconosci la grazia e l’impegno che comporta diventare Corpo di Cristo.
Perché quando tu ricevi l’Eucaristia diventi corpo di Cristo. È bello, questo; è molto bello. Mentre ci unisce a Cristo, strappandoci dai nostri egoismi, la Comunione ci apre ed unisce a tutti coloro che sono una sola cosa in Lui.
Ecco il prodigio della Comunione: diventiamo ciò che riceviamo! La Chiesa desidera vivamente che anche i fedeli ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa Messa; e il segno del banchetto eucaristico si esprime con maggior pienezza se la santa Comunione viene fatta sotto le due specie, pur sapendo che la dottrina cattolica insegna che sotto una sola specie si riceve il Cristo tutto intero (cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 85; 281-282).
Secondo la prassi ecclesiale, il fedele si accosta normalmente all’Eucaristia in forma processionale, come abbiamo detto, e si comunica in piedi con devozione, oppure in ginocchio, come stabilito dalla Conferenza Episcopale, ricevendo il sacramento in bocca o, dove è permesso, sulla mano, come preferisce (cfr OGMR, 160-161).
Dopo la Comunione, a custodire in cuore il dono ricevuto ci aiuta il silenzio, la preghiera silenziosa.
Allungare un po’ quel momento di silenzio, parlando con Gesù nel cuore ci aiuta tanto, come pure cantare un salmo o un inno di lode (cfr OGMR, 88) che ci aiuti a essere con il Signore.
La Liturgia eucaristica è conclusa dall’orazione dopo la Comunione. In essa, a nome di tutti, il sacerdote si rivolge a Dio per ringraziarlo di averci resi suoi commensali e chiedere che quanto ricevuto trasformi la nostra vita.
L’Eucaristia ci fa forti per dare frutti di buone opere per vivere come cristiani. Accostiamoci all’Eucaristia: ricevere Gesù che ci trasforma in Lui, ci fa più forti.
È tanto buono e tanto grande il Signore!
 
Francesco


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Le mani, un trono regale dal quale Cristo esercita la Sua Signoria


Mentre il sacerdote comunica ai santi doni, coloro che hanno deciso di accostarsi alla comunione lasciano il loro posto e si mettono in fila per incamminarsi verso l’altare o verso il luogo dove riceveranno la Comunione. Il rito prevede che il fedele non riceva l’Eucaristia al posto in cui si trova, ma egli è chiamato a lasciare il suo posto e camminare verso l’altare. Questo gesto, funzionale per raggiungere in modo ordinato il luogo della distribuzione eucaristica, racchiude in sé anche una pluralità di significati spirituali che meritano di essere portati alla luce.
Il camminare verso, che attiva le nostre facoltà esteriori e interiori, dà modo di riscoprire che l’Eucaristia è «il pane per l’uomo in cammino…, il viatico, il pane per il viaggio, come la manna per il popolo di Israele, come il pane per il profeta Elia» (cf Boselli). Il viaggio coincide con l’intera esistenza umana, con i suoi slanci e le sue stanchezze, con le sue grandezze e le sue miserie, con i suoi successi e le sue sconfitte, è sempre proteso a una meta: il Regno di Dio e la sua giustizia, la stabile incorporazione a Cristo nel vincolo della carità fraterna, la felicità senza fine nella comunione trinitaria.
Il camminare insieme mette poi in evidenza che «questo cammino il credente non lo compie da solo ma con i fratelli e le sorelle nella fede… Tutti vanno insieme verso l’altare, ognuno per quello che è… mossi tutti dalla stessa fame» (cf Boselli). La processione di comunione è dunque l’immagine di un popolo che, rispondendo all’invito di Gesù, si mette in cammino per incontrarlo e, nella comunione con lui, ritrova le ragioni dell’amore che vince ogni divisione. Questa sottolineatura è molto importante perché ci permette di superare una visione troppo individualistica della comunione aprendoci al suo primario valore ecclesiale: l’eucaristia ci fa uno in Cristo, rinsaldando fra noi i vincoli della carità e della comunione fraterna.
Il cammino processionale termina davanti al sacerdote, o a un altro ministro (il diacono, l’accolito o il ministro straordinario), il quale dispensa, nel nome del Signore e per mandato della Chiesa, il pane eucaristico. Giunto davanti al ministro, chi si accosta all’Eucaristia non “afferra” da sé il pane consacrato, ma lo riceve dal ministro stesso, perché nel gesto si colga con più immediatezza la dimensione della grazia elargita.
Il fedele alla comunione non compie gesti specifici, come la genuflessione o il segno di croce, ma, stando in piedi, si dispone a ricevere il pane eucaristico, segnalando con la sua gestualità in qual modo egli intenda comunicarsi: se ricevendo la particola sulla mano o direttamente sulla lingua. Come scrivono i Vescovi italiani nell’apposita Istruzione: «Accanto all’uso della comunione sulla lingua, la Chiesa permette di dare l’eucaristia deponendola sulle mani dei fedeli… I fedeli sono liberi di scegliere tra i due modi ammessi».
Una breve presentazione di questi due modi di ricevere la comunione aiuterà ciascun fedele a interiorizzare il significato di ciò che compie abitualmente, nel rispetto e nella stima del comportamento degli altri. Oggi parliamo della comunione sulla mano; domenica prossima sarà la volta della comunione sulla lingua.
La comunione sulla mano, attestata fin dai primi secoli della Chiesa, mette maggiormente in rilievo la responsabilità personale del fedele che si accosta alla comunione e si svolge nel modo seguente: il fedele protende verso il ministro entrambe le mani a palme aperte, una sull’altra (la sinistra sopra la destra). Il ministro presenta la particola consacrata dicendo «Il corpo di Cristo» e subito la depone sulla mano (sinistra). Il fedele, facendo un gesto di riverenza (un leggero inchino) verso il pane eucaristico che gli viene posto sulla mano (sinistra), risponde «Amen». Quindi, rimanendo davanti al ministro o spostandosi un poco di lato per consentire al fedele che segue di avanzare, con la mano destra prende la particola consacrata, la porta alla bocca e se ne ciba. Ritorna poi al proprio posto, conservando un clima di raccoglimento interiore.
È da evidenziare, anzitutto, il gesto del protendere le mani a palme aperte, gesto che dice apertura senza resistenze, disponibilità ad accogliere, recettività umile e fiduciosa: «Apre le mani colui che si appresta a ricevere un dono, e questo gesto rivela il suo atteggiamento interiore… Aprire le mani è il gesto umano più alto per dire la disponibilità ad accogliere un dono. La postura di colui che sta in piedi, con le braccia tese e le mani aperte non è solo quella di chi è disposto a ricevere, ma anche quella di chi è totalmente indifeso e incapace di nuocere. Le mani aperte sono mani fiduciose… chi vuole impossessarsi non apre le mani, ma afferra per stringere» (Boselli). Queste mani, che risulteranno anche esteriormente ben lavate, sono come un trono regale, dal quale Cristo esercita la sua signoria, e come uno scrigno prezioso, che raccoglie e custodisce il Corpo del Signore, avendo cura che nulla vada perduto cadendo per terra.
Va poi sottolineato il gesto di riverenza (un leggero inchino) verso il pane eucaristico, accompagnato dall’Amen, detto in modo chiaro e intellegibile. Nella loro massima semplicità, gesto e parola aprono alla contemplazione del mistero santo dell’Eucaristia e danno corpo a un intenso, seppur breve atto di adorazione, nel quale si esprime simultaneamente la fede nella presenza sacramentale di Cristo e il riconoscimento del fine ecclesiale della comunione, che è l’edificazione della Chiesa, corpo di Cristo: «Se voi siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è posto il vostro mistero. A ciò che siete voi rispondete Amen» (Sant’Agostino).


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La comunione sulla lingua,
la Chiesa soccorre la debolezza dei suoi figli


Con il sec. IX, la comunione ai fedeli laici sulla mano cede il posto alla comunione in bocca, sulla lingua, sia per prevenire alcuni abusi e rischi di profanazione, sia soprattutto per un sentimento di crescente rispetto verso le sacre specie eucaristiche, che vedeva nel toccare con la mano una sorta di contaminazione di ciò che è più santo con le ambigue realtà della terra: mani che usano armi, mani che trattano soldi, ecc… Così si diffuse in modo generalizzato la comunione data dal ministro direttamente in bocca, sulla lingua.
La riscoperta della comunione sulla mano, che ha riportato in uso la forma originaria di ricevere la comunione nei primi secoli, non ha però soppresso la comunione sulla lingua, che i fedeli possono continuare a praticare, in conformità alla loro sensibilità personale.
La Chiesa infatti ne riconosce la piena legittimità e il suo permanente valore spirituale. Ecco perché, dopo aver approfondito la comunione sulla mano, dedichiamo la nostra attenzione alla comunione data direttamente in bocca sulla lingua.
La comunione sulla lingua si svolge nel modo seguente: il fedele si presenta davanti al ministro e, senza compiere altri gesti rituali come la genuflessione o il segno di croce, sta in piedi con le mani giunte (o abbassate lungo i fianchi), e si dispone a ricevere il pane eucaristico. Il ministro presenta la particola consacrata dicendo: «Il corpo di Cristo».
Il fedele risponde Amen e, aprendo bene la bocca, riceve il pane eucaristico direttamente sulla lingua. Quindi si sposta di lato per consentire al fedele che segue di avanzare e, fatto un gesto di riverenza all’altare (leggero inchino), ritorna al proprio posto conservando un clima di raccoglimento interiore.
Rispetto alla comunione data sulla mano, che sottolinea anche l’accoglienza responsabile da parte dei fedeli del dono di grazia di Cristo, la comunione sulla lingua pone soprattutto in risalto il primato del dono di grazia di Cristo verso coloro che, come i bambini e gli infermi, dipendono in tutto da chi provvede per loro il cibo a tempo opportuno (cfr. Sal 103, 27).
In primo luogo, infatti, il porgere la comunione direttamente sulla lingua assomiglia al gesto di una madre (o di un padre) che imbocca un figlio piccolo, appena svezzato.
Sotto certi aspetti, la condizione dei fedeli rimane in modo permanente quella dei piccoli che chiedono a Dio il cibo necessario per il loro sviluppo spirituale.
Perciò la Chiesa viene loro incontro e, nella comunione sulla lingua, mostra di esercitare la sua funzione materna (e paterna), qualunque età anagrafica essi abbiano: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli» (1Ts 2, 7).
In secondo luogo, il porgere la comunione direttamente sulla lingua assomiglia anche al gesto di chi imbocca una persona inferma, così debilitata da non avere la forza di portare da se stessa il cibo alla bocca.
In questo gesto rituale è raffigurata la condizione di radicale fragilità di ogni fedele che, a causa del suo ricadere nel peccato, vive una sorta di invincibile infermità spirituale e ha bisogno di essere alimentato per ritrovare le energie necessarie per lottare contro il male e conseguire, in unione con Cristo e per la forza santificante dello Spirito Santo, la vittoria sul male e sulla morte.
Anche sotto questo aspetto il gesto rituale compiuto dalla Chiesa esplicita una funzione di aiuto, di assistenza e di sostegno, che viene in soccorso alla debolezza dei suoi figli.


    @ Parrocchia di Cornaredo        @ Parrocchia di San Pietro    


luglio 2018 (pag. 87161) - invio alla redazione di segnalazioni su questa pagina -
www.comunitasantiapostoli.it/dett/dett_comunione.asp
 
gr. 15160